Futuro Anteriore


Il Vetro

 

ORIGINI

Secondo la tradizione a scoprire il vetro furono i Fenici.
La perizia tecnica da essi raggiunta,coniugata alle proprietà chimiche particolarmente atte alla vetrificazione della sabbia locale, condusse i geografi e i naturalisti contemporanei,ad attribuir loro l'invenzione di quest'arte complessa e raffinata.
Scrive Plinio il Vecchio (23/24-79 d.C.):
"La parte della Siria ai confini della Giudea,che è chiamata Fenicia, presenta una terra ai piedi del monte Carmelo che è chiamata Cendevia... Le sabbie intorno ad essa non si estendono per più di cinquecento passi,ma per molti secoli fu questa l'area in cui si produceva il vetro..." e poi continua "...Sidone era allora rinomata per questi prodotti,specialmente considerato il fatto che i primi specchi di vetro furono prodotti qui."
E ancora"...il natron fondendosi con l'ardore del fuoco e mischiandosi con la sabbia della riva..."originò "...un nuovo liquido trasparente formato da questo miscuglio..."
(Nat.Hist.XXXVI,190-199).
E,in effetti,delle sabbie del fiume Belo si fornivano ancora le vetrerie romane, all'epoca di Plinio.
E’ stato archeologicamente provato che,se è vero che sulle coste della Fenicia,durante l'Età del Ferro,tra i secoli VII-VI a.C. si espanse ed evolse un'arte vetraria,in realtà le sue radici affondavano in Mesopotamia:il processo tecnico della vetrificazione, approdò dapprima in Egitto per poi trasmigrare sulle coste levantine e fenicie, seguendo flussi e riflussi storico-politici.
Ed ogni migrazione portava con sé influssi dell'arte locale e diverse composizioni chimiche.
Lo storico e geografo greco Strabone(64/63 a.C.-24 d.C.) narra:
"Fra Acco e Tiro c'è una spiaggia di dune che produce la sabbia usata per fare il vetro. Si dice che la sabbia non sia sottoposta a fusione sul luogo,ma trasportata a Sidone per attraversare questo processo. Alcuni ritengono che i Sidonii abbiano anche delle scorte di questa particolare sabbia."
Sta di fatto che i Fenici giunsero ad una tale perfezione artistica, oltreché tecnica,che la produzione di vasi,unguentari e piccoli oggetti decorativi dal prevalente colore blu,divenne una loro caratteristica distintiva.
Lungo le coste vi era un ricco proliferare di botteghe che applicavano magistralmente tali procedimenti,ma esistevano artigiani molto capaci anche nella lavorazione di oro,avorio,ceramica e nella tintura dei tessuti .
Il termine Fenici proviene infatti dalla radice greca "phoin" che pare indicare il colore rosso.
Primo ad utilizzare il nome "Phoinikes" fu Omero,che li descrisse estremamente abili nel tingere le stoffe in rosso porpora,traendo i pigmenti da molluschi presenti nelle acque costiere del Mediterraneo orientale.
Tale colore era molto apprezzato nel mondo antico.
Anche in questo caso,altri popoli usavano la stessa tecnica, ma i Fenici ne fecero una produzione su larga scala e base di un fiorente commercio,tanto da identificarsi con la loro stessa produzione.

Il vetro più antico è una mistura di silicato,calcio e sodio. Il suo colore naturale è azzurro o blu verdastro. Le cromie ottenute nei bei disegni dei vetri fenici,in cui si intrecciano onde multicolori, derivano da una commistione di ossidi metallici e minerali usati in percentuali diverse: ad esempio,il blu pallido si otteneva aggiungendo ossido di rame,il giallo chiaro e il verde con ossido di ferro,il giallo carico con composti di antimonio,il bianco con ossido di stagno.
L'aggiunta di altri elementi,quali smalto o alcali di potassio (anziché di sodio) consentiva la fusione a temperature più basse:ne derivavano la "fritte" ad esempio,che non raggiungeva il grado di vetrificazione, la "faïence", una pasta silicea maiolicata,e il "vetro fuso opaco".
Una delle tecniche più comuni per creare unguentari o pendenti dell'epoca è detta "su nucleo di sabbia"(o "d'argilla" o "friabile") e appare geniale nella sua semplicità : si modellava l'impasto umido nella forma desiderata, lo si avvolgeva un una pezzuola che veniva poi fissata ad un'asta e lo si immergeva nel crogiuolo contenente l'impasto fuso. Una volta addensata la pasta,si faceva ruotare il manufatto su una lastra litica o metallica per renderne la superficie liscia e ben amalgamata e successivamente si lo si svuotava.
Talvolta erano necessarie più immersioni e ritocchi effettuati anche con l'uso di stampi e strumenti appuntiti per modellare i fili di pasta vitrea bianchi, gialli, arancio e azzurri che creavano i caratteristici festoni,i piumaggi,le spirali,oppure i motivi a zig-zag sulla superficie ancora fluida del balsamario o dell'unguentario.
Tali tecniche perdurarono sino all'invenzione del vetro soffiato (Sidone,fine I sec a.C.).
Di grande impatto visivo sono le testine,interpretate quali raffigurazioni di divinità,(es.Baal-Hammon e Astarte-Tanit),usate come pendenti nelle collane in pasta vitrea e rinvenute grazie agli scavi archeologici lungo tutto il tragitto commerciale solcato dai Fenici verso quasi ogni paese ai limiti del Mediterraneo,ed anche al di là di quello,e nei siti dei loro insediamenti.

DA SIDONE AL MONDO VENETO

Pare che il primo insediamento vetrario in Italia si costituisse ad Aquileia,città fondata nel 181 a.C.
Secondo gli studi di D.B.Harden,i vetri soffiati firmati dal vetraio sidonio Ennion,ivi rinvenuti,furono realizzati in loco dall'artigiano medesimo.
Altri reperti sempre a firma Ennion,si rinvennero lungo tutta la rotta mercantile: stupende forme vitree soffiate in stampo, con decorazioni geometriche e vegetali ed epigrafe in greco, tazze, boccali, vasi, coppe, partendo dalla Fenicia verso Rodi,Cipro, la penisola greca, lungo le coste dalmate, fino all'Adriatico settentrionale ed il suo entroterra.
L'esportazione dei prodotti orientali e il loro assorbimento nel mercato, spinse gli artigiani ad espatriare in cerca di fortuna. Un ponte immaginario, ma suffragato da ampie testimonianze, lega perciò il Levante alle coste dell'alto Adriatico.
Se la documentazione romana di Aquileia del I e II sec.d.C.non trova che stretti riscontri in quella orientale è a causa del termine "sidonio" che in età imperiale assunse un'accezione più ampia,qualificando come tali, anche i vetri prodotti in Palestina, oltre che in Siria.
Un po’ come attualmente si parla indistintamente di "Vetro di Murano" per indicare una certa tipologia di manufatto.
Ma l'acquisizione epigrafica attestante nomi di artigiani locali (es.Sentia Secunda facit Aquileiae vitra...) ed il rinvenimento in loco di innumerevoli resti di lavorazione la cui composizione chimica risulta affine a quella dei prodotti finiti, attestano che nella zona di Aquileia e nei pressi delle foci del Po si installarono industrie vetrarie locali.
Aquileia era un importante centro militare e commerciale di Roma: due arterie la collegavano direttamente all'Urbe,la Via Gemina e la Annia, ed esisteva un porto fluviale,formato dalla Natissa,del quale resta,unica superstite,una piccola roggia.
Ausonio,(310 -394 d.C.) precettore del futuro imperatore Graziano,nel IV sec. dirà Aquileia "moenibus et portu celeberrima".
La scoperta del vetro soffiato ebbe conseguenze rivoluzionarie.
Accanto ad una produzione di lusso,ne sorse una industriale, in grande scala, capace di penetrare capillarmente tutte le classi sociali.
Traggo da M.T.Cicerone(106–43 a.C.):"Ben povero si deve considerare chi non possiede una casa tappezzata con placche di vetro!".
Mirabili reperti attestano la valentia degli artigiani: in particolare una tazza di vetro azzurro chiaro,rinvenuta assieme ad una moneta di Claudio del 46 d.C., conservata nel Museo Archeologico di Villa Giulia a Roma.
La trasparenza e la varietà dei colori si combinano con l'eleganza delle forme:l'ottima qualità del vetro dell'Adriatico settentrionale, non subisce l'alterazione dell'iridescenza.
Ciò induce a supporre che tale qualità si debba ad una composizione segreta,rimasta sconosciuta al mondo romano.
Aquileia e Ravenna riuscirono per secoli a rimanere relativamente estranee alle vicende politico-religiose che attraversarono l'impero e ad intrattenere commerci con genti d'oltralpe e d'oltremare:una volta superato lo scisma però,Carlo Magno, nuovo re d'Italia, riconobbe Grado quale sede del patriarcato,ove rimase sino al 1451,anno in cui il Vescovo assunse il titolo di Patriarca di Venezia.
Grado brilla quindi tra il tramonto di Aquileia e l'alba di Venezia (VI-X sec.).

VENEZIA E MURANO

Tra il V e il VI sec.d.C. a causa delle incursioni barbariche, alcune popolazioni dell’entroterra, Istria compresa,trovarono rifugio nelle isole lagunari: da tale esodo nacque la città di Venezia,governata dapprima dai "tribuni marittimi" e in seguito,sotto la protezione dell'impero bizantino, dal Doge.
Venezia rimpiazzò gradualmente l’egemonia del porto di Aquileia ereditandone il ruolo di testa di ponte tra oriente e occidente: negli enormi cantieri dell’Arsenale, fin dal 1100, si costruirono le navi della potentissima flotta della Repubblica.
Per assicurarsi libertà di commercio,Venezia sottomise la Dalmazia, sbaragliò i pirati e mosse contro i Normanni provenienti dalla Puglia.
Durante le Crociate i veneziani giunsero fino ad Alessandria d'Egitto, acquisirono una parte di Costantinopoli e numerose isole greche garantendosi il monopolio dei traffici con l'Asia minore.

Nel 500-600 d.C.si scoprì che soffiando una bolla e facendola ruotare si poteva ottenere un vetro piatto e rotondo.
Venezia si appropriò di questa conoscenza.
I “rulli” erano il risultato di questo procedimento: una volta “piombati” assieme,davano vita alle caratteristiche vetrate che tuttora vengono riprodotte.
Le origini dell’arte vetraria a Venezia risalgono a prima dell’anno Mille: ciò è confermato da un documento in cui viene menzionato un monaco benedettino di nome Domenico, detto“Fiolario” (Phiolario), in quanto fabbricava fiale per uso domestico.
Il primo documento storico che attesta l'attività vetraria in Venezia è dell'anno 982.
Nel 1200 un’ulteriore innovazione tecnica consentì di produrre il vetro piano.
Soffiando dentro un tubo del diametro di 25 cm. e ruotando al contempo la canna posta all’imboccatura,si potevano ottenere dei cilindri cavi, lunghi sino ad un metro,che successivamente venivano tagliati e in fase di ricottura spianati con un rullo e lasciati raffreddare lentamente.
All’interno dell’amalgama restavano imprigionate bolle e striature che li rendevano inconfondibili.
Data inizio del Duecento la costituzione delle “Mariegole della Arte dei Verieri de Muran”, conservate al Museo Correr di Venezia.
Le Mariegole (Madre Regole) erano veri e propri statuti che regolamentavano qualsiasi arte o mestiere nella Repubblica Serenissima. Erano, inoltre,dei veri e propri contratti di lavoro che segnavano la scadenza di accensione e spegnimento dei forni, le nomine, gli avanzamenti di grado e tutte quelle disposizioni relative alla vita dell’Arte,scritte con la mediazione del Governo della città.
Alla fine del Duecento il mercante Marco Polo aprì la via degli scambi con la Cina:secondo la tradizione, le prime perle veneziane risalgono proprio a quest’epoca.
Venezia non si limitò ad importare dall’oriente merci rare, quali sete,spezie ed essenze,il commercio delle quali la rese una ricca e potente Repubblica Marinara: ne assimilò la cultura e fece proprie le raffinate tecniche nel campo del vetro,della tessitura e della lavorazione dei metalli preziosi.
L'influsso orientale nel gusto e nella tecnica della soffiatura del vetro furono determinanti per lo sviluppo dell'arte vetraria veneziana che si può presumere si sia affinata qui più che altrove,grazie ai continui contatti commerciali che mantenne con il vicino Oriente e, soprattutto, con i popoli di antica tradizione vetraria quali fenici,siriani ed egiziani.
Nel 1291 una legge del Maggior Consiglio stabilì che le vetrerie dovessero essere trasferite in toto sull’isola di Murano:tutto allora, tranne qualche monumento,era costruito in legno,e i ricorrenti incendi che si propagavano dalle fornaci,mettevano costantemente a repentaglio la vita della città.
Da quel momento l’isola di Amurianum,così denominata in onore di una delle porte di Altino, (creata dai romani nel VI sec.a.C.) legò il suo destino al vetro e crebbe in prestigio a tal punto da svincolarsi parzialmente dalla signoria di Venezia.
La sua importanza economica nel tessuto sociale della Serenissima le conferì speciali privilegi.
Con l’editto dogale promulgato dal Doge Tiepolo nel 1291,l’isola di Murano fu dichiarata vera e propria area industriale e divenne ben presto anche la capitale della produzione vetraria mondiale.
Il Doge,nell’isola,era rappresentato da un Podestà,affiancato da un consiglio popolare detto Arengo;tra gli altri privilegi che le vennero riconosciuti si annoverano il Libro d’Oro,dove erano iscritte le famiglie più facoltose,il conio delle “oselle”, la moneta corrente,la conservazione del simbolo (il gallo che porta in groppa la volpe e tiene nel becco una serpe) e la straordinaria concessione alle famiglie muranesi di imparentarsi coi nobili veneziani.
L’affinità fra Venezia e Murano è curiosamente testimoniata anche dalla morfologia delle due “città”,che presentano gli stessi campi, calli, rii interni e addirittura un Canal Grande che le attraversa entrambe.
Sulla difesa degli “espatri” dell’Arte,in data 8 giugno 1295 venne aggiunto al capitolare una petizione che recitava: “A Voi signor Doge e al Vostro onorevole Consiglio e gli Ufficiali dell’Arte dei fiolai e gli uomini tutti della detta Arte, chiedono supplicano e domandano in grazia che vogliate ordinare ed aggiungere al nostro Capitolare che tutti quelli dell’Arte stessa che usciranno da Venezia per esercitarla, siano banditi dall’arte in modo da non poterla più lavorare in Venezia e nel suo distretto;e coloro che sono fuori di Venezia e lavorano la detta Arte, debbano ritornare con l’ordine Vostro e dei giustizieri, entro un termine da Voi ordinato e stabilito,o siano altrimenti banditi come detto sopra”.
Chi avesse tentato di esportare i segreti dell’arte del vetro lo avrebbe fatto a proprio rischio e pericolo.
Alla categoria dei vetrai che si dedicavano ai vetri soffiati o cavi,si aggiunse ben presto quella degli specchieri, fabbricanti di lastre da specchio e per finestre,che usavano la succitata tecnica dei”rui” (rulli) legati a piombo.
Nel 1308 i fabbricanti di perle si riunirono nell'Arte dei Margaritieri e produssero i cosiddetti “Paternostri”, nome derivato dall’impiego originario per crearne rosari da esportare in Terra Santa e le “Conterie”.
Verosimilmente il nome conteria deriva dall’usanza di considerare tali perle come moneta (denaro contante) considerando la larga diffusione che ebbero nei paesi dove la Repubblica Serenissima praticava i propri commerci.
Nel 1345 i bambini furono autorizzati a preparare la canna di vetro, che veniva in seguito tagliata per derivarne perle, e le donne, denominate “inpiraresse”, (infilatrici) a formarne collane,adoperando un pettine particolare, formato da molteplici aghi,capace di infilzarne decine alla volta.
La canna da vetro era preparata a Murano ma veniva lavorata a Venezia, nella zona di San Francesco della Vigna, dove ancor oggi esiste l'altare della Scuola dedicato a Sant'Antonio abate.

La struttura delle fornaci muranesi,di origine islamica, è rimasta inalterata nei secoli,e la tecnologia è presente solo in piccoli dettagli: ciò è dovuto all’attaccamento che i maestri hanno conservato per le tradizioni negli oltre mille anni di storia del vetro a Venezia.
Si “battono” le stesse canne e si usano i medesimi strumenti che vengono sapientemente forgiati nelle officine fabbrili sorte nell’isola.
I giardini del Palazzo da Mula sono invasi da grandi capannoni anneriti dal fumo,ricordo recente di quando le fornaci erano ancora alimentate a carbone.
L'arte vetraria è l'attività quasi esclusiva dei muranesi che la tramandano di padre in figlio originando vere e proprie dinastie di maestri vetrai alcune della quali risalgono addirittura al medioevo.
Murano risulta essere quindi uno dei più antichi,se non il più antico, insediamento produttivo tuttora in attività.

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